Il salmone
un racconto di
Cesare Palmieri
(tratto dalla raccolta "Racconti Sangritani")


Il giorno in cui il suo atto di nascita fu registrato all’anagrafe, Tommy Campbell dimostrava l’età di un uomo di circa vent’anni. “Colorito bruno, altezza media, costituzione sana, smemorato”. Così era descritto nella sua cartella personale, dopo che le Autorità cittadine avevano deliberato l’identità e la data della sua nascita nella città di Halifax, Nuova Scozia.
Non era stato facile prendere quella decisione perché nella storia del Canada non c’erano casi precedenti da cui si potesse trarre una norma per sanare un caso così anomalo.
Le Autorità locali, la stampa e l’opinione pubblica erano state impegnate in accese discussioni, che avevano investito tutto il Paese prima di decidere il da farsi. Era stata consultata anche l’Alta Corte, per un parere di legittimità ma, di fronte alle lungaggini burocratiche, l’Amministrazione aveva deciso finalmente di assumersi la responsabilità di dare un nome, data e luogo di nascita ad un infelice che aveva avuto l’unico torto di trovarsi nel porto in quel fatidico 6 dicembre 1917.
La deflagrazione, che aveva distrutto buona parte della città, aveva causato anche la morte di 2.000 persone ed il ferimento di 9.000. Tommy Campbell era stato trovato esanime e completamente nudo. Presentava numerose ferite, ustioni e contusioni in ogni parte del corpo. Probabilmente lo spostamento d’aria l’aveva sbattuto abbastanza lontano dal luogo dell’incidente.

Da alcuni mesi, nelle acque di quel porto si svolgeva un’attività frenetica di navi che giungevano cariche di materiale bellico di ogni sorta, perché da lì si formavano i convogli per giungere sul teatro di guerra d’Europa.
La precauzione veniva presa per sfuggire agli attacchi degli U-Boot e farle viaggiare con maggiore sicurezza.
Le navi entravano ed uscivano entro spazi angusti, tra quelle che si trovavano alla fonda e quelle attraccate ai moli del porto: le manovre erano oltremodo rischiose e richiedevano molta abilità da parte degli equipaggi.

Da un articolo di cronaca di un giornale dell’epoca:
All’alba di ieri, 6 dicembre, la nave francese Mont Blanche, carica di ca. 2.600 tonnellate di esplosivi, benzene ed acidi altamente infiammabili, mentre entrava nel porto, si è trovata in rotta di collisione con la nave IMO, battente bandiera belga. Nonostante gli affannosi tentativi di evitare l’abbordaggio all’ultimo momento, la prua della nave belga ha speronato la fiancata di quella francese ed è penetrata nelle sue stive per alcuni metri, causando la fuoriuscita degli acidi dalla stiva e l’immediato incendio di quest’ultima. Rapidamente l’incendio si è esteso a tutta la nave ed ogni tentativo di spegnimento è risultato vano, tanto che l’equipaggio ha ricevuto l’ordine di abbandonare la nave e di mettersi in salvo.
Non si è avuto il tempo (o non si è dato l’ordine) di buttare le ancore ed il relitto in fiamme, non più governato e spinto dal vento si è avvicinato lentamente al molo 6, contro le altre navi che vi erano attraccate. Alle ore 9,45 la temperatura interna ha raggiunto il livello critico di 5.000° ed è avvenuta l’esplosione, della potenza di 3 chilotoni.


Fra i 9.000 feriti di quell’immane disastro Tommy Campbell aveva catturato l’attenzione per il fatto che il grande botto gli aveva azzerato la memoria. Non conosceva la sua provenienza, né il suo nome; ma la conseguenza più grave era l’impossibilità di comunicare con gli altri, perché aveva dimenticato la propria lingua e non ne conosceva altre. La sua mente era una tabula rasa su cui ricominciare a tracciare le prime esperienze di vita e ricreare le sinapsi nel suo cervello.
Su un punto fondamentale le opinioni degli psichiatri e neurologi erano divergenti: le sinapsi erano state veramente azzerate o lo scoppio aveva agito sul cervello come un interruttore e lo aveva messo semplicemente in stand-by? Il particolare era importante perché, nel primo caso si sarebbe dovuto trattare il paziente come un bambino appena nato ed educarlo come tale; nel secondo avrebbero dovuto curarlo con farmaci adatti alla rimozione di quell’interruttore. Prevalse la prima ipotesi e l’anonimo paziente, per la Medicina, divenne ufficialmente un neonato e curato come tale; per la Legge, si dovettero attendere ancora 6 mesi.
In quell’ospedale da campo, fra i tanti allestiti in città e dintorni, quell’uomo bambino fu fatto oggetto di attenzioni e di cure particolari. Inizialmente per salvargli la vita (cosa affatto scontata); ma anche per l’ondata di commozione e di simpatia che il caso aveva suscitato fra la gente, quando il particolare era diventato noto.
Al suo capezzale era stato un alternarsi di sociologi, psicologi ed insegnanti; in seguito, dopo essere stato dismesso dalla struttura ospedaliera, aveva frequentato corsi accelerati di formazione e d’inserimento sociale. Il soggetto era molto ricettivo, probabilmente avvantaggiato dalla sua maturità fisica, e si mostrava oltremodo curioso ed interessato a tutto ciò che gli veniva insegnato, tanto che, dopo circa sei mesi, già padroneggiava la lingua inglese ed il suo inserimento nella società fu molto più rapido di quanto avessero previsto.
Trovare un lavoro da manovale edile, in una città tutta da ricostruire, non gli fu difficile. Tommy vi si buttò a capofitto; non solo per evidente necessità, ma anche per conformarsi a quello spirito d’intrapresa di cui l’etica protestante permeava tutta la società anglosassone.
Ben presto capì che non sarebbe andato troppo lontano se fosse restato un dipendente salariato. Senza indugio riunì un gruppo di lavoratori ed iniziò a procurarsi piccoli appalti, che onorò con lodevoli risultati, sia per la qualità dei manufatti che per i tempi di consegna.
Col tempo la sua azienda si era collocata fra le prime del settore ed i suoi uffici occuparono ben presto l’intero piano di uno dei più prestigiosi palazzi direzionali della nuova City.
Uomo di successo, Tommy Campbell si era fatta anche una bella famiglia, (una brava moglie e due figli splendidi). Avrebbe potuto essere un uomo felice se non fosse stato per quel tarlo che gli rodeva dentro e da cui non riusciva a liberarsi: conoscere il luogo di nascita e la sua vera identità.
Il successo dell’Azienda era incontestabile, ma Big Tommy (così tutti lo chiamavano con ammirazione e stima), continuava a sentirsi una nullità, un falso anagrafico.
Aveva la sensazione di essere un uomo senza gambe, un busto dalla vita in su. Eppure avrebbe dovuto avere delle radici, come tutti; anche una madre che gli aveva voluto bene e che, quand’era piccolo, gli aveva rimboccate le coperte prima di dormire; un padre, magari un po’ burbero o amicone che egli aveva rispettato e preso a modello; degli amici con i quali si era confidato, scontrato, condiviso i sogni e progettato il futuro.

Forse aveva un solo piccolo vantaggio: il suo successo era il risultato proprio del fatto di non avere avuto freni culturali alla sua libera iniziativa; quali la prudenza, i timori dell’insuccesso, il lavoro protetto, il timore di non farcela.
Talvolta quel tarlo, che portava dentro di sé come un grumo di sangue rappreso, diventava un tormento insopportabile che lo lasciava sfinito.
Aveva fatto ricerche negli archivi, nelle biblioteche, letto tutte cronache di quei giorni luttuosi della città; aveva frugato nella speranza di trovare qualche indizio sulla provenienza delle persone che si trovavano al porto in quei giorni. Fatica improba, dal momento che vi si trovava gente proveniente da ogni parte del mondo.
Aveva una sola certezza: egli non era inglese! Non ne aveva i tratti somatici: il candore della pelle, il colore dei capelli, le iridi chiare, quasi slavate, né la conformazione della figura. E poi una considerazione definitiva: se fosse stato canadese, qualcuno di quelli che avevano visto le sue foto su tutti i giornali si sarebbe pur fatto avanti!
Se non era un nativo, perché si trovava in quel porto? Probabilmente un marinaio imbarcato su una di quelle navi del molo 6, se non addirittura sulla Mont Blanche?

***


Col trascorrere degli anni Tommy si era sempre più inserito nella società Canadese, ne aveva fatte proprie le modalità di vita e ne aveva assimilati i gusti, finanche nell’abbigliamento e nella fruizione del tempo libero. Apprezzava la sacralità dei Canadesi per il week-end, che egli trascorreva prevalentemente alla pesca del salmone.

Inizialmente si era aggirato tra Saint John e la baia di Fundy, dove aveva fatto le sue prime esperienze; in seguito aveva allargato di molto il suo raggio d’azione.
Durante un’estate, dopo aver costeggiato, con la sua barca, l’isola Principe Edoardo e, doppiato Capo Gaspé, si era portato nella baia del San Lorenzo, da dove i salmoni, dopo aver trascorso il periodo di acclimatamento, risalivano verso i luoghi di nascita. Tommy aveva scelto un fiume a caso, risalendo prima il San Lorenzo fin verso la diga; poi un suo affluente, il fiume Saguenay, il più frequentato dai salmoni e dai pescatori.
Aveva scoperto che, dopo aver trascorso quattro anni nell’oceano i salmoni si riuniscono alla foce dei fiumi per un viaggio a ritroso verso i loro luoghi di nascita. Sostano tre-quattro mesi in quell’ambiente misto di acqua dolce e salata per l’adattamento delle loro branchie.
Ai primi di aprile iniziano la risalita verso le sorgenti dei numerosi fiumi, ciascuno tributario del San Lorenzo. Durante la risalita devono superare correnti impetuose, cascate e, non ultime, le insidie dei pescatori e degli orsi.
A giugno riescono a ritrovare puntualmente il luogo di nascita, ciascuno nel proprio fiume, solitamente in acque purissime, a fondale molto basso. Qui inizia la lunga danza amorosa. Si rincorrono freneticamente a fior d’acqua e quando trovano il fondo adatto, fatto di piccoli sassolini, la femmina scava una buca poco profonda ove deposita centinaia di uova che il suo compagno, sempre a fianco a lei, provvede ad irrorare del suo liquido seminale. Poi muoiono e le loro carcasse saranno cibo per i nuovi nati.
La sua curiosità era focalizzata a conoscere come facesse il salmone a scegliere, fra i tanti fiumi, proprio quello in cui era nato. Ne aveva parlato con i suoi occasionali compagni di pesca; aveva letto libri sull’argomento ed alla fine era giunto a sposare l’ipotesi più plausibile, secondo cui i salmoni avrebbero introiettato, fin da piccoli, il sapore dell’acqua in cui erano nati, a tal punto da essere in grado di ricordarselo anche dopo anni trascorsi nell’oceano. Giunto a quelle conclusioni la delusione di Tommy toccò il fondo: si sentiva inadeguato anche di fronte ad un pesce! Decise di desistere e si tuffò, con maggiore energia e successo nelle consuete occupazioni.

***



Ottobre 1943.
La segretaria entrò nell’ufficio del Presidente e depose sulla sua scrivania la posta che aveva selezionata precedentemente.
In evidenza una lettera proveniente da Distretto Militare della Contea. Incuriosito, Big Tommy l’aprì per prima, le diede una rapida scorsa ed impallidì.
Dopo due anni dall’entrata in guerra a fianco dell’Inghilterra, il Canada aveva deciso di arruolare anche la riserva per cui il destinatario era pregato di presentarsi entro ventiquattr’ore presso il Distretto medesimo per essere arruolato.
“Il falso anagrafico” gli presentava il conto: anche se aveva 46 anni, per la legge ne aveva soltanto ventisei.
“La Legge è legge ed è uguale per tutti” così lo Stato canadese aveva risposto alle sue rimostranze.
Quindici giorni di corso di sopravvivenza e di addestramento alle armi furono giudicati sufficienti perché salisse su un aereo militare, armato di tutto punto.

A Brindisi seppe che il contingente canadese avrebbe dovuto raggiungere Montgomery, impantanato a Torino di Sangro, alla testa del Corpo d’Armata britannico, nel vano tentativo di giungere a Pescara e da lì, seguendo la Tiburtina, arrivare a Roma, prima degli alleati americani. A quel suo folle proposito il generale aveva sacrificato migliaia di giovani vite, uomini del Commonwealth, per la maggior parte Indiani e Canadesi. Il secondo contingente canadese avrebbe dovuto sostituire le perdite subite per quella sua insana velleità.
Il battesimo di fuoco avvenne quasi subito dopo l’arrivo.
I Tedeschi stavano costruendo una formidabile linea difensiva per fermare l’avanzata di Montgomery, chiamata linea Gustav, che andava da Ortona a Gaeta e che nella parte abruzzese si snodava lungo il costone del fiume Moro. Più a sud la linea Bernhard (per non avere il nemico troppo vicino) ed un’altra linea mobile, di disturbo, per punzecchiare il nemico, tendere agguati e mantenere il contatto: la Winter Line, lungo il fiume Sangro.
Proprio qui, dopo quattro mesi di scaramucce, Tommy Campbell, mentre era in perlustrazione notturna con un suo compagno sulla riva nord, prese il secondo grande botto che gli riaccese l’interruttore.
Una granata era scoppiata a fianco del suo compagno e li aveva scaraventati ambedue in aria come due fuscelli. Dopo qualche tempo senza conoscenza Tommy Campbell si risvegliò con un grande dolore alla spalla (una scheggia l’aveva colpito di striscio), poi si guardò lentamente intorno e, del suo compagno, vide soltanto una testa spaccata come una melagrana. Del corpo, che gli aveva fatto da scudo, nessuna traccia.

Oh mamma mé! Addò me trove? Fu il suo primo pensiero, formulato nella sua lingua natìa.

Ci volle ancora del tempo prima che il suo udito riprendesse le sue funzioni, poi si toccò la spalla e si accorse che perdeva sangue.
Lentamente si scrollò di dosso lo zaino, l’aprì, vi frugò dentro, in cerca del disinfettante e delle bende.
Quello zaino, che culminava con una coperta arrotolata, conteneva al suo interno tutto ciò che può servire alla sopravvivenza: bussola, medicinali, gallette, biscotti secchi, guanti, ami, lenze, canna telescopica, esche artificiali, spazzolino da denti, crema da barba, pennello, rasoio, pettine, carte geografiche, lenti d’ingrandimento, pistola lanciarazzi, piccolo vocabolario inglese-italiano, bottiglietta schiacciata, (tipo proibizionismo) piena di whisky, coltello svizzero da boy scout, con lame, forbici cucchiaio, forchetta; bende, antipiretici, cerotti, alcool denaturato, sapone, bottoni, aghi, filo, apriscatole, scatolette di tonno, di salmone, di carne, pesce secco, piccola saliera, zucchero, cioccolata, sigarette, bustine di te, bricco, preservativi, Bibbia.
Si disinfettò, si bendò ed attaccò i cerotti nei posti giusti, come lo avevano addestrato durante il corso di sopravvivenza.
Si rimise supino e rotolò presto in sonni brevi, interrotti dal dolore alla spalla; infine si riaddormentò profondamente.
Si ridestò quando un profilo di grigio aveva iniziato a stingere l’orizzonte. Sentiva un caldo insopportabile ed aveva la fronte imperlata di sudore. Quel caldo non era da addebitarsi al sole, che non era ancora sorto, ma alla febbre alta che si era impadronita del suo corpo. Cominciò a parlare da solo, poi a delirare. Aveva sete; strisciò verso sponda fino a raggiungere l’acqua.
E si bevve il fiume.
Lo riconobbe: era il suo fiume.
Nel delirio il fiume assunse sembianze antropomorfiche: un vegliardo con una lunga barba bianca.
Campbell gli parlò. Di sé, della sua avventura in Canada, della sua determinazione a ricercare le sue origini, per porre fine alla sua condizione di uomo dimezzato.
Il vecchio l’aveva ascoltato senza interromperlo, poi gli disse:
- Giuvà, da quando scorro su questo letto, tu sei il primo salmone che risale le mie acque -
- perché? Non sei un fiume come tutti gli altri?-
- sì e no, perché non sono un fiume che scorre sempre in superficie, alla luce del sole; ma il fiume delle tenebre. Mi chiamano Sangro, ma sarebbe stato più esatto chiamarmi Lete o Acheronte, perché, appena nato, m’imbrigliano come uno schiavo e mi trasformano in lago, allo scopo di far girare le turbìne; poi scompaio sotto terra, per molti chilometri; poi ancora risalgo alla luce, come Proserpina; infine torno ad essere schiavo. Ma non è finita; ci proveranno ancora. -
- non riesco a capirti chiaramente; ma tu prevedi anche il futuro? -
- certo, sono un dio minore, ma sempre un dio.
- come vanno le cose da queste parti? -
- Dalla fine dell’era glaciale ne ho visto di tutti i colori: storie di fame, di delitti, di fatiche, di scempi, di rapine, di stupri; ma quello che più mi addolora è la gente che scappa in cerca di lavoro. Quelli che mi risalgono sono più di quelli che scendono. Quelli che risalgono vanno quasi tutti nelle Americhe o in Francia, in Germania o in Inghilterra; quei pochi che scendono vanno a scommettere la vita nelle miniere dell’Istria. La vita qui è dura, ma per l’emigrante di prima generazione lo è ancora di più: considerato un intruso, ovunque vada; sempre disprezzato, sempre solo.-
- Poiché sai tutte queste cose, ti chiedo: ritroverò casa mia? -
- ne dubiti? E che salmone saresti?-
- e come sarà la vita che mi attende?-
- tu ne quaesieris...- poi si dissolse e tornò a scorrere.
L’uomo-salmone restò perplesso nel sentire quella nuova lingua che gli sapeva vagamente d’incenso.
Qualcosa aveva appreso: si chiamava Giovanni ed era sulla strada giusta.
Dopo il botto aveva recuperata la lingua d’origine, forse perché era la prima cosa appresa dalla nascita; ma il resto, che era rimasto per lungo tempo sedimentato in qualche angolo del suo cervello, riemergeva lentamente, come da un fondo limaccioso.
Aveva risalito il fiume per un lungo tratto, in uno stato di semi incoscienza. Era stanco. Si fermò e si rimise a frugare nello zaino, in cerca di un antipiretico. Lo ingoiò con l’aiuto dell’acqua che aveva raccolta nel cavo della mano, poi prese una galletta e la tenne immersa nel suo fiume per il tempo necessario perché si ammorbidisse.
Riprese il cammino restando lontano dalla riva, ma non tanto da perdere il rumore dell’acqua. L’istinto gli consigliava prudenza, per non essere avvistato dall’altra riva. Camminava sempre dietro i cespugli e i canneti che costeggiavano il fiume; aveva intrecciato frasche sull’elmo per mimetizzarsi.
Il sole ormai era abbastanza alto. Lungo il cammino s’imbatté in un casitto, un piccola costruzione di pietre “a secco”. Non gli fu difficile entrare perché la porta rimaneva accostata soltanto da un paletto messo di traverso e tenuto legato da una funicella che usciva da un pertugio.
All’interno, un piccolo spazio arredato da una panca, una sedia malridotta, uno squarcio di muro annerito, che si faceva fatica a considerare un caminetto, anche se le pietre annerite dal fumo ed i residui di cenere inducevano a pensarlo. Un pertugio quadrato, sul muro, fungeva da finestrella, senza traccia d’infisso. Quella costruzione glie ne ricordava altre, in cui era solito ripararsi insieme ad altri braccianti, all’arrivo di un improvviso temporale.
Un colpo di fortuna, se messo in relazione alle sue attuali condizioni. Il manufatto era coperto abbondantemente di edera e discretamente mimetizzato; era anche improbabile che il proprietario lo utilizzasse, dal momento che si trovava proprio sulla linea del fronte. Fece un ampio giro di perlustrazione e non ravvisò tracce di presenza umana.
Decise di prenderne possesso, tenendo sempre le orecchie ben tese.
Elaborò un piano di comportamento ispirato alla prudenza: nessuna uscita durante il giorno, se non costretto; fuoco spento fino a notte avanzata per evitare che qualcuno notasse l’uscita del fumo; sortite prudenti all’esterno, solo al mattino presto o al calar del sole per esplorare i dintorni alla ricerca di possibili fonti di cibo.
La risalita del fiume andava interrotta fino a quando sarebbero cessati gli echi di guerra.
Una notte scoprì una striscia di terra, proprio al confine col fiume, dove qualcuno aveva seminato delle patate, ma che poi non aveva avuto la possibilità di raccogliere. Scavò, prima in modo frenetico, poi con metodo, finché non ebbe riportato alla luce quei tuberi preziosi, che gli salvarono la vita.
Col passare del tempo riuscì a catturare qualche lepre, imbrigliata nelle trappole che aveva disseminato nel suo territorio. Qualche volta riuscì a prendere delle trotelle. frugando delicatamente, con le sue mani, sotto i sassi.
Ricordò che quella pratica in cui eccelleva nei confronti dei suoi compagni, gli aveva permesso di portare a casa qualcosa di prezioso che rompeva la monotona frugalità del loro solito pasto.
Una sera accadde un fatto nuovo che lo sconvolse: sulla finestrella qualcuno aveva posato un piccolo involto, una mildina.
Uscì fuori di corsa, con la speranza di sorprendere l’autore di quella intrusione, ma non vide nessuno.
Rientrò col cuore in tumulto: era stato scoperto! Si accasciò sulla sedia, in preda ad una forte agitazione; infine si decise a ritirare quell’oggetto per scoprirne il contenuto. Sciolse il nodo di quel tovagliolo: conteneva una terrina piena di polenta con un cannello di salsiccia al centro. Quella polenta (ricordò che in casa sua la chiamavano frascarielle) era stato il cibo più usato nella sua casa; ma senza la salsiccia: evidentemente la sua famiglia era più povera di quella dei donatori.
Guardò il dono con gli occhi sgranati.
E pianse.
Sentimenti contrastanti si affollavano nella sua mente: era un segnale di amicizia o di pietà? Un’esca o un’offerta genuina di solidarietà? Un messaggio cauto, del tipo “sappiamo che sei un disertore, ma non c’interessa; ti siamo amici e, se vuoi, puoi palesarti”?
Rifletté a lungo. La natura del dono, nella sua semplicità ed in quella circostanza non poteva che essere un atto di gente generosa e dal grande cuore con la quale egli sentiva crescere sempre più un sentimento di appartenenza. Poteva e doveva fidarsi. D’altronde la conoscenza della gente della sua valle l’avrebbe facilitato enormemente nella ricerca della sua identità che era stato l’unico scopo della sua risalita del fiume. Bisognava dare seguito a quel contatto.

Lo fece all’alba del giorno successivo, allargando decisamente il raggio di esplorazione del territorio circostante. Una percezione di odori noti gli rivelarono la presenza di un insediamento umano ancor prima di avvistare il cartello indicatore della piccola frazione di Bomba.
Una giovane donna, che lo vide per prima, corse indietro ad avvisare la famiglia della prima casa.
- Giòn é minute, sta ecche! - (John è venuto, sta qui).
Uscirono tutti da quella casa e, dopo un’occhiata fugace al nuovo venuto, corsero nelle altre case a dare la notizia.
In un tempo brevissimo, uomini, donne e i pochi bambini di quell’insediamento (i vecchi vennero dopo) circondarono Giòn tutti festosi ed allegri.
Alcuni gli stringevano le mani, altri gli toccavano la faccia e si congratulavano con lui: - Brave, Giòn, si fatte bbuone, la guerra è brutta! -
Tommy rimase sorpreso da quell’accoglienza festosa; non si sarebbe mai aspettata una cosa simile, ed ancora più stupito rimase quando una persona anziana, che nel frattempo era arrivata sul posto, gli strinse la mano e gli disse:- Giòn, noi siamo poveri e la guerra ci ha ridotti ancora più poveri; ma fai conto che sei un nostro figlio e noi saremmo contenti di dividere con te quel poco che abbiamo.
Non c’è più bisogno di nasconderti, perché la guerra si è spostata a nord e, da quello che possiamo capire, in questo momento tu ti devi guardare più dagli Inglesi che dai Tedeschi; ma non sarà difficile perché sappiamo che hanno solo un posto di blocco a Colledimezzo, per controllare gli sbandati. -
“Brava gente” pensò Tommy “e bene informata”; poi gli venne un dubbio su un aspetto secondario delle parole udite.
- Scusate, signore, poco fa mi avete chiamato John, cioè Giovanni; come fate a sapere il mio nome?-
L’uomo rispose divertito – Oh oh, mi avete chiamato signore, ma io mi chiamo Michele; comunque mi dovete scusare, noi siamo gente che non ha studiato; per noi tutti gli Inglesi si chiamano Giòn, tutti gli Americani Gim, tutti i Tedeschi Curt e tutti i Tondesi Zingre. Noi ti teniamo d’occhio da un po’ di tempo e, inizialmente, avevamo capito che eri inglese, anche dalla divisa e dall’armamento (per non parlare poi di quella scodella che portate in testa al posto dell’elmetto); in seguito però abbiamo scoperto che sei dei nostri, di questa valle, ed abbiamo cominciato a volerti bene. -
- Come avete fatto a capirlo? -
-Caro Giòn, cioè caro Giovà, solo noi sappiamo pescare le trotelle con le mani, mettere le tagliole in una certa maniera; inoltre, quando t’abbiamo sentito parlare da solo, l’hai fatto nel nostro dialetto; magari un po' più duro, con qualche vocale in meno, un dialetto di montagna, ma sempre dialetto sangrino. Da questi indizi mi sono fatto pure un’idea da quale paese vieni, perché, prima che lo distruggessero, molte volte ci andavo col mio asinello a vendere i miei due barilotti di buon vino, e me ne tornavo a casa tutto soddisfatto, perché era l’unico modo per vedere com’é fatta la faccia di un soldo.-
- Il mio paese è stato distrutto? -
-Purtroppo si; hanno fatto terra bruciata per non lasciare niente agli Americani. -
- si, hanno bruciata la miseria!- disse uno del gruppo.
-Stai parlando del paese di B? - proseguì Giovanni, sorvolando su quell’ironia amara.
- Si, ma non è il solo ad aver avuto quella sorte: tutti i paesi della riva destra del Sangro hanno fatto la stessa fine. -
Giovanni sentì un pugno nello stomaco. “Mia madre, almeno, si sarà salvata?” Per la prima volta, dopo ventisette anni, nella sua mente riaffiorò il volto di sua madre, una donna decisa e coraggiosa che egli aveva temuta ed amata più di ogni altra cosa al mondo.

Ne rivide nitidamente il volto ancora giovane, ma già segnato da troppe rughe, a testimonianza di una vita di lavoro duro, che non lasciava spazio ad alcuna distrazione o a banalità e che, quando gli parlava di suo padre, lo chiamava “la buon’anima” per ricordargli che egli era orfano e si doveva comportare da uomo, in ogni circostanza.
Un’altra tessera si ricomponeva nel mosaico della sua memoria ed egli credette ormai di aver ricordato tutto.
O quasi.
Erano seguite le presentazioni di ognuno, non più di una ventina di persone (molti erano ancora al fronte, o prigionieri in Germania, o dispersi,) e quando fu il turno di due ragazzi gli furono presentati come “le due piccole vedette”.
- Perché vedette?-
- Quando tu uscivi, al mattino presto o la sera sul tardi, per la tua ricerca di cibo, credevi di non essere visto da nessuno; per la verità, ti guardavi intorno, a destra e sinistra, ma mai in alto, non immaginando che questi ragazzi si erano già arrampicati, a turno, sul grande albero dietro il casitto e da lì ti osservavano comodamente venendo poi a riferirci su ogni tua mossa o sui soliloqui che tu facevi nel nostro dialetto.
Giovanni li guardò pieno di ammirazione. “Però... vatti a fidare delle apparenze!”
Stabilirono che l’ospite avrebbe fruito ancora del casitto come ricovero notturno, ma durante il giorno sarebbe stato con loro, fino a quando avesse deciso di partire.
Giòn ringraziò e accettò l’offerta a patto che, durante il soggiorno presso di loro, avrebbe lavorato per la comunità.
Non gli sarebbe stato difficile espletare quei lavori agricoli, supponendo di non aver fatto altro nella prima parte della sua vita.
Con la pompa sulle spalle li aveva aiutati ad irrorare il solfato
sui filari delle viti o mietere il grano col falcetto, trebbiare nella piccola aia guidando le bestie in tondo, intrecciare cesti, insomma tutti quei lavori che in una civiltà agricola arcaica, quasi primordiale venivano eseguiti manualmente e con grande dispendio di energie fisiche. Le tecniche moderne di coltivazione erano sconosciute, così come l’uso degli attrezzi meccanici.
La sera rientrava nel suo casitto pervaso da una stanchezza mortale. Era abile in tutti i lavori, ma il suo fisico non era più abituato a quegli sforzi. Allora si abbandonava a riflessioni che lo riempivano di dubbi. Se queste erano le sue radici, valeva la pena insistere nelle sue ricerche? Stava buttando via una vita di successi, di benessere, di prestigio sociale per che cosa? Era valsa la pena disertare da una terra che l’aveva accolto, gli aveva data un’identità (seppure posticcia), un lavoro e l’opportunità di crearsi e crescere una famiglia con un tenore di vita come pochi potevano permettersi?
Questa povera gente, per avere un pezzo di pane sulla tavola, doveva prima dissodare il terreno, seminare, sarchiare, mietere, trebbiare, macinare, setacciare, lievitare, impastare, cuocere, mentre sua moglie, in Canada, dopo una semplice telefonata a Vancouver, si ritrovava sulla tavola il caviale che poche ore prima era stato spremuto dalla pancia dello storione bianco del Fraser River; un caviale fresco più grosso dei chicchi del Montepulciano.
Cosa stava combinando? Tutto questo agitarsi, tutti questi patimenti per risultati così deludenti?
Ebbe un momento di crisi. Forse era ancora in tempo a rimediare. Avrebbe potuto ripresentarsi al Comando inglese, raccontando di essere stato fatto prigioniero durante quella notte mentre era di pattuglia e deportato verso nord. In seguito era riuscito a fuggire “ed eccomi qui a riprendere servizio”. La spiegazione avrebbe potuto reggere.
Oppure: proseguire fino alla meta, cercare sua madre.
Al mattino, dopo una notte tormentata, aveva optato per la seconda ipotesi: risalire. Fu una decisione scontata, perché la sua condizione di uomo-salmone non glie ne permetteva altre.

***


Non aveva preso niente da portare con sé.
Si era rasato e fatto un bagno nel fiume. Aveva atteso la sera per riprendere il cammino. Non voleva imbattersi negli Inglesi, perciò decise di evitare ogni strada o viottolo battuto e risalire il fiume a guado. Sentiva di essere vicino alla sua meta ormai.
La luna gli fu generosa; ma camminare in mezzo all’acqua era faticoso; il fiume gli presentava un percorso diseguale e pieno di ostacoli: sembrava volesse fare di tutto per impedirgli di arrivare a destinazione.
Vi giunse verso mezzogiorno, con il sole già a picco.
Lo conosceva bene quel posto, lo chiamavano il Cantone del muscaturo, quel masso che sovrastava l’ansa fatta come un laghetto: lo aveva frequentato spesso, insieme ai suoi compagni che avevano marinato la scuola. Da lì si tuffavano, incuranti di quel piccolo gorgo che avrebbe potuto risucchiarli sotto.
Facevano il bagno nudi; neanche sospettavano che esistesse il costume da bagno, e si sfottevano fra di loro, mettendo alla berlina chi ce l’aveva più piccolo.
Questa volta lo scenario era diverso: seduta sul grande masso al centro dell’acqua una giovane donna si stava asciugando i capelli al sole, con la testa china in avanti.
Un’apparizione mozzafiato. La sua nudità mostrava un corpo che si armonizzava alle rotondità e alla durezza dei sassi del fiume.

Giovanni la guardò affascinato e si avvicinò cautamente, nuotandole intorno con lente bracciate.
Sentiva di conoscere quella donna, e di averla già amata; ma poteva fidarsi della sua memoria ancora così confusa? Come poteva conoscerla se mostrava di avere non più di ventidue, massimo venticinque anni?
La ragazza non si era accorta della sua presenza, ma quando diede un colpo all’indietro con la testa per riportare i lunghi capelli a contatto della schiena lo vide e se ne spaventò.
Si portò istintivamente le mani davanti per coprirsi.
Giovanni cercò di calmarla, rassicurandola che si trovava lì per caso e non aveva alcuna intenzione di farle del male.
Usò parole pacate e gentili; poi le disse di essere un soldato canadese, che aveva combattuto alla foce e che ora stava cercando di tornare a casa sua.
La ragazza pose fine a quella situazione imbarazzante, facendosi scivolare nell’acqua trasparente, mentre la corrente s’incaricava a confonderne i lineamenti con giochi di luci e di riflessi mutevoli. Ebbe la sensazione che quell’uomo proteo si muovesse nell’acqua con l’agilità di un pesce, con la pelle coperta di scaglie argentate.
Fu un’attrazione fulminea.
Si erano amati alternando passione e dolcezza.
Le chiese il suo nome
- Margherita – rispose lei.
Lui rimase turbato. Quel nome gli evocava qualcosa di conosciuto; ma non ancora chiaro.
- da dove vieni?
- il mio paese sta dietro quelle balze – e glie lo indicò col braccio.
Giovanni guardò quell’altura e la trovò familiare.

Scrutò lungamente il profilo di quelle balze e gli sembrò d’intravvedere il buco di Porta dei Saraceni.
Uscì dall’acqua e si rivestì subito, neanche il tempo di asciugarsi.
- Scusami, ma ora devo andare: ci rivedremo presto. -
Gli era venuta addosso un’eccitazione incontrollabile; doveva raggiungere al più presto quella meta tanto agognata.
Era la controra; l’afa e la ripidità del percorso l’avevano fiaccato a tal punto che dovette sedersi più volte per riprendere fiato.
Giunse, infine.
Entrò nella piazza, laddove nasce il vento.
Quel giorno una brezza vivace turbinava fra gli ippocastani e, con dita d’arpista, accordava lo stormire delle foglie ai pigolii dei cardellini implumi.
Ma era un’oasi, quasi un miraggio: tutto intorno c’erano solo macerie. Delle case erano rimaste soltanto le cantine dalle volte di pietra e dai loro pertugi fuoriuscivano sfumacchi intrisi di un forte odore di stipiti arsi.
Si diresse verso casa sua laggiù, nel paese vecchio; sperando che la furia della guerra l’avesse risparmiata.
Fu un miracolo averla trovata ancora in piedi fra quelle rovine.
Una donna anziana, che stava sull’uscio, si fece solecchio con la mano ossuta per guardarlo controluce.
Rimase come impietrita:
- Ma tu nin sì Giuvanne? -
- Si, mà !
-
La mano della vecchia smise di fare solecchio e si stampò sulla faccia di Giuvanne.
- Addò si state fin’ammò? - Poi si pentì per quel gesto che aveva desiderato fare da ventisette anni. Gli buttò le braccia al collo e lo bagnò di baci e di lacrime. Lo toccò dappertutto, come a volersi sincerare della sua reale corporeità; infine si staccò da lui; s’inginocchiò per baciare in terra, alla maniera abruzzese, e ringraziare la Madonna che le aveva fatta la grazia
- Entra, figlio mio!-
Giovanni volle subito chiarire perché non si era più fatto vivo con lei e le raccontò, per sommi capi, quello che gli era accaduto; poi la pregò di aiutarlo a ricordare tante cose che erano rimaste negli anfratti più profondi della sua memoria, ma che faticavano a riemergere.
- Quando scoppiò la prima guerra mondiale tu ottenesti l’esenzione dal servizio militare, perché orfano ed unico sostenitore della famiglia. Allora facesti l’affido con Margherita e partisti subito in cerca di fortuna. Dopo un mese ricevetti una tua cartolina da Tolone (che non so neanche dove si trova) e mi facesti sapere che ti saresti imbarcato: per dove non l’ho mai saputo.-
- Tolone è un porto militare della Francia e solo ora sono certo che mi sono imbarcato su una nave francese, senza dubbio sulla Mont Blanche!-
Sua madre sorvolò su quel particolare e seguitò a raccontare della vita dura che aveva dovuto affrontare, facendo tutto ciò che serviva per vivere. Aveva fatto la lavandaia, la contadina a giornata, la fattucchiera, la serva dei carabinieri, la bidella a ore.
- E’ stata dura allevare la bambina da sola, senza l’aiuto di nessuno!-
- di quale bambina stai parlando? Mamma, dimmi tutto, dall’inizio alla fine, perché io non ricordo ancora molto bene.-
- povero figlio mio, ma tu sei ancora malato! -
- non sono malato, sto solo recuperando la memoria; ci vuole un po’ di tempo; tu intanto dimmi quello che non ho ancora recuperato.-

Sua madre fece un gesto sconsolato, mettendosi le mani fra i capelli.
- Dopo la tua partenza Margherita venne ad abitare con me, anche per farmi compagnia.
Poi la disgrazia entrò ancora in questa casa e Margherita morì di parto. Alla bambina, che somigliava perfettamente a sua madre, ho dato il suo nome e l’ho allevata come se fosse stata mia figlia.-
Si sentì fuori un belare di caprette, poi apparve la ragazza sulla porta.
- Vieni Margherita; guarda chi c’è: è tornato tuo padre!
Si guardarono: Giovanni impallidì e la ragazza cadde per terra come un sacco vuoto.
La vecchia madre credette che tutto fosse dipeso dall’emotività improvvisa che aveva investito entrambi; ma rimase perplessa per il comportamento del figlio, che era scappato su, nella camera sopra la cucina e vi si era rinserrato dentro.

Giovanni era terrorizzato, avvilito, schifato di se stesso.
Camminava nervosamente avanti e indietro e combatteva fra due sentimenti opposti: uno assolutorio, perché era ignaro di tutto e quindi non colpevole per ciò che era accaduto; l’altro di condanna senza appello, perché la mostruosità l’aveva commessa lui, a prescindere; ma doveva pagare.
Una situazione edipica rovesciata; ma Edipo (anch’egli incolpevole ed assolto dal suo stesso popolo) aveva lavata l’onta fatta a sua madre Giocasta, cavandosi gli occhi con le proprie mani, senza cercare attenuanti.
La vecchia madre, con fatica, aveva trascinata Margherita nella sua camera, dietro la cucina e per tutta la notte le aveva fatto impacchi sulla fronte con una pezza di lino, bagnata in acqua fresca.
All’alba la ragazza si era assopita e lei ne aveva approfittato per portarsi in cucina a riordinare le idee.
Aprì gli scurini della finestra, per far luce; guardò in alto e, da sotto la soglia del balcone, vide due gambe penzolanti che un improvviso refolo di vento facevano dondolare leggermente.
L’uomo-salmone aveva posto fine alla sua esistenza nel modo naturale, come tutti i salmoni fanno da sempre.
Le persone accorse avevano tentato di issare il suo corpo sulla soglia del balcone; ma ogni sforzo era risultato inutile per via del suo peso. Fu deciso di mollare la corda con cautela e farlo scivolare sull’acciottolato.
Alla vecchia madre, in ginocchio, nel vicolo, non fu risparmiata neanche la straziante vista di quella Deposizione.

Per i quattro mesi successivi Margherita si era rifiutata di alzarsi dal letto; non parlava, si nutriva a fatica ed il più delle volte rifiutava il cibo. Era diventata una larva e sua nonna cominciò a preoccuparsi per la sua vita.
Un giorno affrontò la situazione con sua nipote e, con preghiere e minacce riuscì a farla parlare. Margherita le raccontò tutto ed adombrò il proposito di farla finita.
Per la nonna era arrivata la conferma di ciò che aveva sospettato. La povera donna decise, a quel punto, di togliersi dallo stomaco quel macigno che solo una tempra forte come la sua aveva potuto portarsi dentro per tanto tempo. Era giunto il momento della verità e della chiarezza.
Comprese che anche una bugia detta a fin di bene può procurare disastri e innescare una catena di equivoci che ottengono esiti contrari ai propositi. E la sua unica bugia, fatta a fin di bene ed in buona fede, le aveva presentato un conto troppo salato.
- Adesso ascoltami bene, perché anch’io ho qualcosa da dirti!-
Iniziò da quel giorno maledetto in cui Giovanni era partito in cerca di fortuna.
Aveva convinto Margherita, sua madre, di venire a vivere con lei; sia per ragioni pratiche che affettive. Avevano trovato presto complicità e simpatia.
Quindici giorni dopo Margherita aveva sanguinato e ciò le aveva confermato che i due ragazzi si erano comportati bene o, perlomeno, con accortezza.
Era trascorso ancora un mese ed una sera Margherita era rientrata dalla campagna tutta sconvolta, con un occhio nero e lividi sulle braccia. Aveva detto di essere caduta in una macchia di rovi; ma lei aveva sospettato qualcosa di peggio e si era arrovellata per immaginare il nome del suo autore.
A quei tempi, una donna col marito fuori casa era considerata una preda, una cosa di nessuno, di cui un maschio aveva diritto di possesso.
Sua madre aveva cambiato umore e spesso piangeva. L’evidenza della sua prossima maternità non aveva portato nella casa la gioia che di solito porta un’attesa di quel genere.
- Morì di parto dieci mesi dopo la partenza di Giovanni, ed io ti registrai all’anagrafe come mia nipote.
Si era ancora in guerra, gli uomini erano al fronte e molte famiglie in lutto: ognuno viveva i propri disagi e nessuno si era presa la briga di fare il calcolo sulla durata di quella gestazione.
Tacqui per evitare scandalo e dolore e ti amai senza riserve, come una figlia. Tutto qui.-
Margherita s’illuminò; accarezzò la sua pancia e, per la prima volta, sentì un colpetto al suo interno.
Guardò sua nonna con riconoscenza e le sue labbra, increspate per la magrezza, si distesero leggermente, in un timido sorriso.


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